Sicilia 1943: gli eccidi dimenticati – Le atrocità targate USA

Durante la conquista dell’isola, le truppe anglo-americane si resero responsabili di alcuni crimini contro la popolazione civile e contro prigionieri italiani inermi. Su queste stragi, del tutto ingiustificate sul piano militare, per anni è scesa una cortina di silenzio. In alcuni casi i colpevoli non furono neppure cercati, mentre l’unica condanna all’ergastolo che fu comminata si risolse in una detenzione di pochi mesi.

di Ezio Costanzo*

C’è una parte di storia ancora tutta da scrivere, rimasta sommersa da ragioni in qualche modo intuibili ma ancora da indagare, interpretare e comprendere. È la pagina oscura delle stragi di civili e di prigionieri compiute non solo dai soldati tedeschi in Italia dopo l’8 settembre, ma anche dai soldati americani del generale Patton durante l’occupazione della Sicilia nell’estate del 1943. In questo estremo lembo dell’Italia fascista, il 10 luglio 1943 misero piede 160 mila uomini anglo-americani. Si portarono dietro 600 carri armati, 1.800 cannoni e 14 mila automezzi. La supremazia alleata era evidente, ma non sufficiente a sgominare in pochi giorni, così come previsto nei piani del maresciallo Montgomery, comandante delI’VIII armata britannica, la difesa italo-tedesca di presidio nell’isola. Occorsero 38 giorni di dure battaglie per occupare totalmente questo piccolo lembo di terra e per raggiungere Messina, tappa finale della campagna siciliana. Senza dubbio una vittoria amara, che fece registrare agli Alleati più di 4 mila morti e 13 mila feriti.

I cinegiornali dell’epoca mostrano i boy americani che marciano sorridenti in mezzo alla gente che sventola fazzoletti, pezzi di stoffa bianca e grida «liberatori». Una folla che accoglie festosa quei ragazzi alti un metro e ottanta e che masticano chewing gum. Nell’iconografia che illustra quelle giornate di avanzata tra città e paesi dell’isola, ricorre l’immagine di parecchi siciliani che s’incamminano trionfalmente accanto ai baldanzosi militari statunitensi, mostrando sorrisi soddisfatti conditi solo raramente di sorniona acquiescenza. Quei soldati sbarcano in Sicilia portando la libertà soppiantata per anni dal regime fascista. Arrivano con in tasca la democrazia e i diritti inalienabili dell’uomo, primo fra tutti quello della vita umana. Eppure, quei giorni sono giorni di eccidi. Solo da poco tempo e grazie ad alcune testimonianze di sopravvissuti e a documenti degli archivi americani, tornano a galla verità rimaste celate per oltre mezzo secolo. Fatti che andrebbero approfonditi non solo dal punto di vista storico, ma anche in sede giudiziaria, per fare chiarezza, definire responsabilità e rendere giustizia alle vittime.

Solo nel luglio scorso, per iniziativa della procura militare di Padova e a distanza di 61 anni, è stata aperta un’inchiesta sull’orrenda vicenda dell’eccidio di civili nelle campagne di Piano Stella, vicino l’aeroporto di Biscari (oggi Acate, a sud di Caltagirone) e di 73 prigionieri italiani, sempre nei pressi di Biscari, compiuto dai soldati a stelle e strisce.

L’eccidio di piano Stella


Il piccolo aeroporto di Santo Pietro (o di Biscari) non era altro che una corta pista per il decollo e l’atterraggio degli Stukas tedeschi, situato tra Caltagirone e Vittoria. Costruito nel 1941, a ridosso del borgo di Piano Stella, era uno dei tanti poderi assegnati da Mussolini ai coloni locali a partire dal 1938, poderi di circa 10 ettari ciascuno, con una casa colonica in mezzo composta da due stanze, una cucina e una stalla, dove trovavano malamente posto le due mucche a famiglia assegnate anch’esse dallo Stato per arare la terra e per il latte. Nei 38 poderi di contrada Piano Stella si coltivavano fave, orzo, avena e, in certi casi, anche uva per ricavare vino in piccole quantità. I contadini chiamavano questi poderi «orti-celli di guerra», dato che servivano soltanto per il fabbisogno della famiglia concessionaria e non per una produzione destinata al mercato. A una ventina di chilometri in linea d’aria, verso est, vi era l’aeroporto di Comiso, meglio attrezzato per il transito dei bombardieri che puntavano su Malta. A ovest si trovava l’altro aeroporto, quello di Ponte Olivo (Gela), che per la sua collocazione geografica era ritenuto dalle forze alleate il principale obiettivo da raggiungere subito dopo lo sbarco.
La corta pista di Santo Pietro, per la sua posizione centrale rispetto agli altri due, era un punto strategico per l’aviazione tedesca, logisticamente adatto in caso di perdita degli altri due maggiori aeroporti. Rappresentava senza dubbio un’ulteriore linea di difesa della divisione Hermann Goering di stanza a Caltagirone. La vicinanza del campo di aviazione aveva trasformato quei poderi in bersagli dei bombardieri americani che ogni giorno sganciavano quintali di ordigni. Prima dello sbarco per i contadini del borgo di Piano Stella erano notti di paura e di ansia.

Giuseppe Ciriacono, allora tredicenne, viveva insieme ai genitori nella casa del podere 26. Il giorno in cui i soldati della 45° divisione americana di fanteria arrivarono nei pressi della piccola abitazione di campagna, il piccolo Giuseppe era con il padre, Peppino, e altri quattro uomini: due della famiglia Curciullo (padre e figlio di 16 anni), Salvatore Sentina e Giuseppe Alba. I soldati li scovarono tremanti dentro un rifugio di fortuna scavato poco distante dalla casa. Era il pomeriggio del 13 luglio 1943.

A raccontare cosa accadde quel giorno è lo stesso Giuseppe Ciriacono, oggi 73enne, unico sopravvissuto. «Verso il pomeriggio tardi sentimmo qualcuno che chiamava dall’esterno del rifugio: “uscite fuori, uscite fuori”, la voce gridava. Così uscimmo fuori e trovammo un soldato che parlava bene l’italiano e ci chiese di entrare a casa per vedere se vi erano soldati tedeschi. Mio padre si apprestò a fare perlustrare la casa, ma quando arrivammo davanti alla porta ci accorgemmo che già i soldati avevano sfondato la porta ed erano entrati. Dopo qualche ora arrivarono altri soldati… ormai era all’imbrunire. Ci fecero segno di uscire, ma nessuno parlava italiano. Eravamo in sei persone e ci fecero segno di seguirli verso Acate. Il nostro podere confinava con il territorio della provincia di Ragusa e, dopo avere camminato un po’, giungemmo presso una casa che apparteneva a un certo Puzzo…Gli americani ci portarono in questa casetta, il terreno circostante era piantato a vigneto e lì ci fecero segno di sederci… Poi i soldati imbracciarono delle armi, dei fucili mitragliatori, e si misero ad angolo, uno da un lato e l’altro dall’altro. Ricordo che quando assunsero questa posizione il signor Curciullo, che era accanto a me, disse: “cumpari Pippinu haiu ‘mprissioni che ci vogliono uccidere”. A questo punto, mentre parlavano, mi sentii prendere da qualcuno per il bavero della camicia e tirarmi su…allora ero ragazzino, andavo ancora alle elementari e sentivo i racconti dei fratelli Bandiera e cose del genere e pensai che il primo a essere ucciso sarei stato proprio io. Quando mi sentii tirare per il bavero, girandomi vidi questo americano che aveva il fucile abbrancato, con la mano sinistra teneva un’anguria e con la destra mi tirava. Appena mi girai a guardarlo disse delle frasi che a mio parere volevano dire di allontanarmi. Non appena mi allontanai 20, 30 passi circa sentii una raffica di mitra e le urla di mio padre, del mio amico e degli altri. Li avevano uccisi. Subito dopo fui preso in consegna da questo soldato che mi portò da un suo superiore, io nel frattempo cercai di ribellarmi gridando: “Là hanno sparato a mio padre” e volevo raccontare quello che era successo. Invece il superiore mise la mano in tasca e cercò di darmi dei cioccolatini, che io rifiutai e glieli scagliai in faccia. Dopo un po’ arrivarono altri due soldati e fui dato in consegna a questi. Come a dire: portatevelo con voi. Ormai era sera tarda e sentivo le cannonate provenienti dalla zona di Caltagirone. C’erano tanti soldati americani e due di loro mi portarono nella campagna degli Scrofani di Vittoria, all’epoca tutto uliveto. Sotto una pianta di ulivo distante circa cinquanta metri dalla strada provinciale Vittoria-Caltagirone, scavarono una trincea. Verso l’una di notte, uno di questi soldati mi abbracciò come un padre, l’altro, invece, si comportò come se io non esistessi. Poi mi lasciarono tutto solo. La stanchezza mi prese e mi addormentai dentro la trincea. Qualche ora più tardi mi sentii spingere con il piede da un soldato. Mi fece segno di andarmene indicandomi la strada per Acate. lo volevo andare dall’altra parte, verso Santo Pietro dove c’era la mia casa e mia madre…ma il soldato mi fece capire che se avessi preso quella direzione mi avrebbe sparato».
Il piccolo Giuseppe girovagò ancora un giorno e una notte prima di ritrovare sua madre, che non sapeva ancora nulla di quanto era accaduto. Insieme tornarono sul luogo dell’uccisione dove ritrovarono i corpi dei cinque contadini in stato di decomposizione. Giunsero appena in tempo per assistere a una frettolosa sepoltura da parte degli stessi soldati americani in una fossa comune ricavata facendo esplodere una bomba. Giuseppe venne anche a conoscenza che qualche ora prima di uccidergli il padre, i soldati americani erano stati in un altro podere, quello della famiglia Smirlo, dove avevano ammazzato un ragazzo, Francesco Mercinò, e un altro contadino, Nicolo Noto. Giuseppe Ciriacono non ha mai voluto raccontare questa storia a nessuno, se non al nipote, Gianfranco, che qualche anno fa ne ha fatto oggetto di una tesi di laurea. Di recente l’ha voluta rendere pubblica con un libretto stampato a proprie spese e nel giugno scorso si è spinto oltre, scrivendo al presidente della Repubblica per chiedere l’apertura delle indagini e un regolare processo che facesse luce su quanto accaduto 61 anni fa. Non solo sull’eccidio di cui è stato testimone suo nonno Giuseppe, ma anche sul massacro di 73 prigionieri italiani, compiuto l’indomani, il 14 luglio, dagli stessi soldati americani proprio a pochi chilometri dal podere 26.

Il massacro di Biascari (Agate)


La mattina del 14 luglio, il giorno dopo i fatti accaduti a Piano Stella, i soldati della 45° divisione americana raggiunsero le campagne circostanti l’aeroporto di Biscari, nei pressi di Acate. Al 180° reggimento di fanteria della divisione toccò il compito di conquistare il campo di aviazione, difeso dalla divisione tedesca Hermann Goering e da un gruppo di cecchini italiani ben appostati lungo la strada n. 115. Lo scontro, in quella strada soprannominata dagli stessi americani «il viale di Adolph», fu durissimo e la forte resistenza italo-tedesca impegnò parecchio gli inesperti soldati americani (per la 45° divisione la campagna di Sicilia rappresentò il battesimo del fuoco). Intorno a mezzogiorno un gruppo di 36 soldati italiani, alcuni dei quali in abiti civili, si arrese (sul fatto che fossero tutti soldati vi sono a tutt’oggi dubbi, anche se questa ipotesi appare la più verosimile, visto che si parla di combattimenti). Il comandante della compagnia C, il capitano John T. Compton, senza pensarci due volte, ordinò di uccidere subito i prigionieri. Gli italiani vennero schierati lungo la strada e fucilati all’istante. Nella stessa giornata, poco distante dal luogo dove era avvenuta l’esecuzione, un’altra compagnia, la A, catturò 45 soldati italiani e tre tedeschi. Uno dei sottufficiali, il sergente Horace T. West, aveva ricevuto l’ordine di scortare 37 di loro (gli altri pare fossero feriti), tutti italiani, nelle retrovie per farli interrogare dal servizio informazioni del reggimento. West, insieme a un caporale e un gruppetto di suoi soldati, prese in consegna i prigionieri e si avviò lungo la strada provinciale in direzione di Acate. Dopo avere percorso un paio di chilometri bloccò la marcia dei 37 prigionieri, facendoli disporre lungo un fosso, ai margini della carreggiata. Gridando che avrebbe ucciso quei «figli di una cagna», aprì il fuoco. Ne uccise 36. Uno dei prigionieri tentò la fuga, ma venne colpito alla schiena dal caporale americano al quale il sergente West aveva ordinato a sua volta di sparare. Il massacro venne portato a conoscenza del comandante del II corpo d’armata. Ornar Bradley, il quale a sua volta informò il generale Patton. Quest’ultimo cercò in qualche modo di minimizzare l’accaduto, suggerendo a Bradley di dire che «gli uomini uccisi erano cecchini o che avevano tentato la fuga», aggiungendo che, «d’altra parte, ormai sono morti e non c’è più niente da fare». Bradley fece esattamente il contrario, deferendo i due uomini alla corte marziale con l’accusa di omicidio premeditato di 73 prigionieri di guerra. La corte marziale americana si riunì il 30 agosto per dibattere il caso. West aveva 34 anni ed era nato nell’Oklaoma. L’imputazione era chiara: violazione dell’art. 92 del codice di guerra per avere «fucilato con premeditata cattiveria, volontariamente, illegalmente e con crudeltà 37 prigionieri di guerra». Gli atti che riportano l’interrogatorio del sergente West e di altri testimoni della vicenda fanno emergere l’inaudita violenza dell’eccidio. West, dopo avere sparato una prima raffica di mitra contro i prigionieri, caricò nuovamente l’arma e fece ancora fuoco su coloro che ancora non erano morti. Il cappellano militare William E. King, nella sua testimonianza, racconta di essersi imbattuto in quei corpi senza vita il giorno dopo, mentre viaggiava lungo la strada che conduce all’aeroporto di Biscari. Si accorse subito che tutti quei cadaveri, disposti in linea, l’uno di fianco all’altro, con la faccia in su, non potevano essere stati trasportati lì per la sepoltura e che qualcuno li aveva uccisi in quel luogo. King testimoniò di avere notato subito che alcuni corpi avevano sulla schiena un foro di proiettile calibro 90, mentre altri presentavano un foro di pistola nella testa. A sua difesa, il sergente West sostenne di avere eseguito gli ordini del generale Patton. Questi avrebbe detto ai suoi soldati che durante i combattimenti non bisognava prendere prigionieri. Alla fine, la corte stabilì che West aveva compreso male le parole del suo generale e che Patton avrebbe semplicemente affermato che non bisognava fare prigionieri durante i combattimenti e non dopo che il nemico si fosse arreso.

Per la commissione medica che doveva pronunciarsi sullo stato di salute mentale dell’imputato, West era sano di mente quando compì la feroce esecuzione. La corte marziale condannò West all’ergastolo, senza però l’aggravante della degradazione. Venne mandato nella prigione di Lewisburg in Pensilvania, dove però scontò solo pochi mesi di pena. Riguardo all’eccidio compiuto dal capitano Compton, la Corte marziale dichiarò quest’ultimo prosciolto dall’accusa. Delle 73 vittime non si conosce nulla. Non si conoscono i nomi né se fossero tutti militari. Si sa soltanto che furono seppelliti in una fossa comune sul luogo dell’eccidio. Probabilmente la notizia della loro morte, a guerra finita, è giunta ai parenti con l’amara motivazione di «caduto in combattimento».

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Note

Dell’eccidio americano di Biscari ne ha parlato per primo lo storico americano Carlo D’Este, nel suo libro Lo sbarco in Sicilia, Mondadori, 1990. L’argomento è stato ripreso per primo da *Ezio Costanzo in Sicilia 1943, Le Nove Muse, marzo 2003 e, successivamente, da Gianfranco Ciriacono nel suo contributo al volume Arrivano…, edizione a cura del Comune di Vittoria, luglio 2003 e nel volume Le stragi dimenticate, edito dalla Provincia regionale di Catania, settembre 2003. Recentemente, Alfio Caruso ha riproposto i fatti, citando come fonte Ezio Costanzo, nel suo Arrivano i nostri, Longanesi, aprile 2004.

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