Arte o copia conforme?

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Risveglio – Victor Hugo Saccone

Ultimamente nella nostra piccola e incantata città, quella che un tempo definivo la “terra di mezzo”, pare sia nato un movimento artistico e culturale senza precedenti. Questa è una buona notizia ovviamente. Quello che stride con tale realtà però, è l’arroganza da parte di alcuni, di definire arte quello che invece altro non è che la realizzazione di copie conformi all’originale, in altre parole ci sono pittori o pseudo tali che, con cura maniacale, copiano una foto o una stampa, pubblicandola come capolavoro. Fin qui nulla di male, ognuno è libero di fare quello che sa fare meglio. Ma che fine ha fatto allora la creatività, l’originalità, la ricerca di uno stile e di una tecnica pittorica?

Conosco da molto un pittore  – che senza timore di smentite – annovero tra i più grandi e innovativi di questa epoca. Anche lui vive nella “terra di mezzo”. Realizza opere rigorosamente originali, con una tecnica molto personale sin dalla scelta dei colori in prevalenza di origine vegetale.

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Il Faro – Victor Hugo Saccone

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Victor Hugo saccone

Come ogni artista che si rispetti, Victor Hugo Saccone, ha un rapporto ambiguo con la tecnologia, non lo trovi infatti su facebook e nemmeno nei siti specializzati, tranne in un sito personale, dove è possibile vedere delle foto a bassissima risoluzione che non rendono per niente giustizia alle sue opere.

Nonostante le mie continue richieste, non sono mai riuscito ad organizzare una mostra personale, un evento che possa dargli la giusta visibilità, non c’è verso, non ne vuole sapere… Lui “compone” le sue tele e basta.

 So che tutto questo farà incazzare molto il mio amico Victor, ma come gli dico sempre: Un quadro è fatto per essere visto!

Vito Cardaci

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Riprendo a scrivere… Olé!

228958_2307895982941_3222197_nHo sempre sostenuto che i social sono degli strumenti preziosi e se usati con cura, riescono a fare la differenza in ogni ambito. E’ da un po di tempo che comincio però ad avere dei dubbi in merito. Quando questo blog si chiamava “La Terra di Mezzo“, facebook e twitter non erano ancora nati, facevo una media di 4500 ingressi giornalieri e tre querele ogni anno. Decisi di smettere di pagare avvocati quando capii che ero l’unico a metterci la faccia, metre gli altri venivano a commentare in anonimato.

Oggi invece, quasi tutti ci mettono la faccia e in virtù di questo non si espongono più di tanto, anzi, puntano a contenuti terra terra, cercando di non farsi troppi nemici e spesso scrivendo paraculate enormi, raccogliendo un gradimento che non va oltre l’utente mediocre. Alcuni si inventano artisti, altri glielo fanno credere. Molti mettono i like ai post dell’amico/a, allo stesso modo di come  fanno le condoglianze in Chiesa. “mi sta sul cazzo, però sembra male e la mano ‘cià dugnu u stissu”. L’evoluzione del “cuttiggho creativo“, ci sta portando ad un’informazione involutiva, una vera e propria decadenza fisica e mentale che falsa la notizia privandola di contenuti reali.

In altre parole, essere se stessi sui social è la cosa più difficile in assoluto, perchè l’arte di apparire, ovvero vendersi per quello che non si è, paga di più.  Preferisco di gran lunga le persone schierate, non indifferenti,  che a torto o ragione e consci di raccogliere critiche ed impopolarità, combattono anche da soli. Non riesco certo a mandare giù gli sproloqui dei radical chic in decadenza, gente che di giorno si professa per la gente e la notte frequenta i salotti buoni della borghesia e del glamour.

Tornare a fare il blogger, mi permette quindi di respirare un’aria meno viziata e stantia, più intima, lontana dalle follie collettive che investono i social.  Preferisco l’essere all’apparire, anche se l’essere, a volte, ti fa apparire una testa di cazzo.

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Se non ami il tuo paese non ami nessuno

Sorgente: Se non ami il tuo paese non ami nessuno

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5 Dicembre 1950 Ancipa: “La tragedia della solidarietà”

Image11Un fatto di cronaca che arriva in teatro grazie alla caparbietà di Luca Ruberto che, in quel di Troina (EN),  ha messo su un laboratorio che sta formando tantissimi bravi attori. Improvvisazione, linguaggio del corpo, recitazione, canto… Io la definisco la cultura silenziosa, quella che si fa con la passione e quasi mai con i contributi dello stato.

Sono stato coinvolto in questo progetto per la realizzazione di un  trailer pilota, cosa al quanto rara per uno spettacolo prettamente teatrale, ma io ho accettato la sfida ed è stato bello lavorare una notte intera con Luca Ruberto con Grazia Livolsi, Angelo Baudo, Concetta Rundo, Silvestro Zitelli, Maria Antonietta Bentivegna, Doriana Cocuzza, Gaetano Cantale e tutti gli altri componenti il laboratorio.

***

Troina. Erano le 21, quando, il 5 dicembre 1950, il terrificante boato della tremenda esplosione alla IV finestra, la galleria secondaria di 357 m in contrada Candela attraverso la quale si entrava nella galleria centrale Ancipa-Troina lunga 7 km. Il 4 dicembre per la festa di santa Barbara, la santa protettrice dei minatori, in galleria non era entrato nessuno. Il giorno dopo i minatori in sciopero per rivendicare l’aumento dell’assegno di contingenza. Durante quei due giorni di astensione dei minatori dal lavoro, nella IV finestra si era accumulato gas metano che con l’aria forma il grisù, la miscela di gas infiammabile ed esplosiva. Il 6 dicembre i minatori dovevano riprendere a lavorare. Bisognava liberare la IV finestra del grisù prima che i minatori riprendessero a lavorare. Così, la sera del 5 dicembre, verso le 21, il capofinestra Gino Lorenzoni ed il minatore Armando Giannotti entrarono in galleria per disperdere il metano che si era accumulato. C’erano due aspiratori, che, però non avevano liberato del tutto la galleria dal metano. I due minatori, a 110 metri dall’imbocco, provarono a disperdere il metano bruciandolo. Ma la quantità di metano accumulatasi era talmente tanta da provocare la terribile esplosione, che ridusse in frantumi i corpi dei due operai. Il boato si sentì perfino in paese. Tutti in paese intuirono che era successo qualcosa di grave e moti si recarono di corsa in contrada Candela. Il primo ad accorrere fu l’ing Giulio Panini, che entrò in galleria per cercare di tirare fuori Giannotti e Lorenzoni. Ma fu vano il suo generoso tentativo perché, dopo aver percorso un centinaio di metri, fu avvolto dal gas e cadde a terra asfissiato. Non vedendo uscire dalla galleria l’ing. Panini, il geom Vito Colarossi si precipitò dentro la galleria per soccorrerlo. Ad aspettarlo fuori della galleria c’era suo fratello, Amabile Colarossi, che non esitò un istante ad entrare in galleria, quando capì che suo fratello non era ancora ritornato fuori della galleria perchè gli era accaduto qualche cosa di grave. Neanche Amabile Colarossi riuscì a portare fuori il corpo di suo fratello Vito perché anche lui stramazzò a terra asfissiato. Altri operai spinti da un moto di autentica solidarietà umana entrarono in galleria per cercare di soccorrere i loro compagni, ma il loro generoso tentativo fu vano. Anche loro morirono asfissiati dal gas. Quando si capì che altri tentativi non avrebbero avuto successo al pari dei primi, fu impedito di entrare ad altri minatori che volevano soccorrere i loro compagni morti per asfissia in galleria. E’ lungo l’elenco dei minatori che persero la vita nella terribile esplosione di 62 anni fa: Giulio Panini, i fratelli Vito ed Amabile Colarossi, Gino Lorenzoni, Armando Giannotti, Carmelo Verduci, Giovanni Tuccio, Giuseppe Stati, Benedetto Vergari, Francesco Capasso, Gildo Castelli, Antonio Muscarà e Luigi Pompeo. Uno solo era originario di Troina. Tutti gli altri provenivano dall’Abruzzo, Lazio, Calabria, Veneto ed Emilia Romagna ma Troina li pianse come se fossero suoi cittadini.

Silvano Privitera

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Noto Documentaria – L’albero di Giuda infiamma la sala

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cuffSpente le luci inizia “L’albero di Giuda” di Vito Cardaci che documenta di un parco tematico, rimasto solo sulla carta, pensato e proposto da una società svizzera che doveva sorgere nei pressi di Regalbuto, città del regista, bravo a seguire la vicenda dalla fase di progettazione, alla piantumazione dell’albero, un carrubbo, come fosse la prima pietra dell’intero parco.
Ma il carrubbo resterà da solo e sarà “lui” a narrarci quanto accaduto, una storia vera, iniziata con tanto di autorità politiche, da Cuffaro in giù.
Una storia di tradimenti perpetrati all’intero territorio, in Provincia di Enna, dove se da un lato esisteva la speranza di un parco tematico che potesse dare lavoro, dall’altro una fiorente azienda chiudeva lasciando tutti per strada.
Il documentario si chiude, dunque, con un quesito:

“Vi siete mai chiesti come sarebbe stata la storia di Cristo senza la figura di Giuda?”.

Riaccese le luci logico attendersi una sala assetata di conoscenza e soprattutto di confronto con il regista, ben lieto di sottolineare alcuni aspetti fondamentali.

“La prima proiezione al Bari Film Festival 2014 , dove ha conquistato il premio come miglior Documentario ” Premio Vittorio De Seta”, ma in Sicilia è la prima volta che viene proposto. Anche in grandi città, il mio documentario è stato rifiutato. Non ho mai voluto fare una denuncia, nè mi sono schierato a favore o contro il Parco tematico, ho semplicemente seguito per sette anni tutto l’iter, compresa la piantumazione del carrubo, guarda caso lo stesso albero in cui dopo il tradimento per trenta denari, s’impiccò Giuda”.

Eppure, non fosse stato per Documentaria, i siciliani non lo avrebbero visto, almeno non nella propria terra.9106ac6f-576f-437f-aa40-44a610094705
Sollecitato dalle domande, nutrite anche dall’argomento in qualche modo “ambientalista”, visto che il Parco avrebbe occupato una vasta area ad uso agricolo, sebbene non coltivata, Vito Cardaci ha evidenziato come l’ironia nel “cunto” del carrubo sia stata strategia vincente.
Inoltre sebbene molto amaro c’è anche un barlume di speranza nella capacità vera dell’operaio licenziato che si rituffa nel mondo del lavoro con una piccola attività imprenditoriale.
Come detto, però, il tema ambientale torna prepotentemente con i favorevoli ad un’opera così, e i contrari ad oltranza, nel segno della tutela dei nostri luoghi.
Un po’ a fatica il regista ha cercato di spiegare che gli studi per l’impatto ambientale erano stati fatti in maniera scrupolosa e che questo osteggiare l’opera, di fatto mai realizzata, è stato per mero interesse di qualcuno.
Insomma temperatura alta all’interno del Teatro ma ben gestita da Francesco Valvo e Francesco Di Martino insieme con il regista, che ha riportato poi i termini della discussione sul suo film e su come abbia voluto raccontare la sua Sicilia e i siciliani davanti a fatti così:

“Continuiamo a perdere treni, ci resterà “sulu u pruvulazzu”.

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Video Matrimoniali

Un video è per sempre

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